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giovedì 19 febbraio 2015

Il Volo della lirica pop e la libertà di essere 'diversi'

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Sogno un Festival di Sanremo con Mia Martini che canta La Nevicata del ’56 e mi devo accontentare di Grignani che, raso al suolo il guardrail in stato di ebbrezza (i tempi dell’aiuola sono svaniti assieme alla giovinezza), si ritrova a presentare una canzone dedicata ai mille sogni infranti, tagliamoci le vene per lungo che sarà sicuramente tutto più bello e romantico. Ok, ma non importa, perché #SanremoSonoIo ma lo sono un po’ tutti e a tutti s’ha da lasciare spazio, vista la democratica bellezza della musica. Certo è che a prescindere da Biggio e Mandelli con la loro canzoncina alla Cochi e Renato su quanto la vita sia un inferno e quella sull’apotropatica identità della coscienza iconoclasta (eh vabè ora voglio vedere se voi sapete cosa #Kutso sia la coscienza iconoclasta) intonata dal tono fumacchioso e appicicaticcio di Platinette e Grazia Di Michele, a me questo #Sanremo2015 è piaciuto nonostante l’incedere moralisticamente vintage. 

martedì 17 febbraio 2015

#SanremoSonoIo

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Tutti parlano di Sanremo. Sull’autobus, per strada, al telefono con la mamma o con il fidanzato, su facebook, twitter… Un mio amico ha pubblicato addirittura un selfie su Instagram con l’hashtag Sanremo sono io: dietro il suo faccione sorridente e soddisfatto (maddeche?) s’intravede la televisione sintonizzata su Rai1, il solito Carlo Conti abbrustolito con accanto due che un tempo facevano le cantanti. O forse no. Valletta, cantante, letterina, ministra… d’altronde sono mestieri simili, intercambiabili, no? Tutto fa curriculum.

A proposito di lavoro, io sono un’aspirante segretaria di redazione in una piccola rivista locale: aspirante perché mi fanno passare l’aspirapolvere per tutto l’ufficio (la donna delle pulizie non riceveva mai lo stipendio così s’è licenziata) e poi faccio tutto quello che gli altri non vogliono fare. Le fotocopie, le telefonate, il caffè e gli articoli scomodi, naturalmente. Questa settimana mi è toccata la recensione di Cinquanta sfumature di grigio, sì proprio quella roba che m’ha scatenato l’esaurimento. In realtà ho accettato solo perché il capo mi ha permesso di firmare con il mio nome, Bellatrix Lestrange. «Ma sì», ha detto «in fin dei conti potrebbe pure scriverla Topolino! O Arisa, per quello che m’importa».

E così, sono uscita dalla redazione, bloc-notes e matita alla mano, un’aria battagliera stampata sulla faccia e mi sono diretta al cinema.